RIFERIMENTI Bibbia e Vangeli

Per la Rivelazione ebraico-cristiana la Parola è la radice della creazione, e là, espleta una funzione “ontologica”. Infatti, si può quasi affermare che entrambi i Testamenti si aprono con la Parola divina che squarcia il silenzio del nulla.
“In principio, Dio disse: Sia la luce! E la luce fu” (Genesi, 1,1-3). Nel Nuovo Testamento l’ideale apertura può essere considerata quella del prologo al Vangelo di Giovanni: “In principio c’era la Parola” (Gv 1,1). L’essere creato non nasce, perciò, da una lotta teogonica, come insegnava la mitologia babilonese, bensì da un evento sonoro efficace, una Parola che vince il nulla e crea l’essere. La Parola, dice Giovanni, venne ad abitare in mezzo a noi. La Parola che è presso Dio si fa carne in Gesù Cristo, divenendo così la visibilità dell’opera creatrice di Dio che agisce perennemente nel tempo e nella storia. La parola che rivela l’amore del Padre genera in noi amore. Tutto è semplicemente stupendo.

Il Verbo offre agli uomini una vita nuova che viene dal Creatore e illumina tutta la loro esistenza. Il famoso prologo di Giovanni « In principio era il Verbo, e il Verbo era con Dio e il Verbo era Dio» (Gv. 1,1) racchiude il più grande mistero dell’umanità che il Profeta comprese nel suo significato più intimo, profondo ed esoterico.

Il Verbo ( Verbum, Logos), trascende tutto ciò che l’Antico Testamento aveva trattato in relazione al rapporto tra Dio e l’uomo; ed afferma che esso è, nel contempo, “Pensiero e Parola”: in se stesso è l’intelletto divino; in rapporto all’uomo si manifesta attraverso la Creazione, in cui si realizzano nell’esistenza umana quelle conoscenze relative alle verità divine. La Creazione è l’opera del Verbo; essa è la sua manifestazione; ed è per questo che il mondo è come un linguaggio esoterico riservato solo a coloro che sanno comprenderlo. Lo stesso Messaggio esoterico lo lasciò il Maestro Gesù quando affermò che il “Regno dei Cieli si trova nell’uomo”.

Quando l’uomo è un Dio. 
“Prima ancor che io fossi, ero Dio in Dio e ancora posso esserlo, se san morto a me stesso”.

                                                              (Silesius1650)

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